Halloween e orologi: teschi, radio e quadranti che brillano al buio
Orologi a forma di teschio, la leggenda di Maria Stuarda e la storia vera delle Radium Girls: il lato più «da paura» dell’orologeria, fino alla scritta T < 25 sui quadranti vintage.
Marco Salvi · Minuti Preziosi, Napoli
30 ottobre 2026 · 3 min di lettura
In breve
Nel Seicento si costruivano orologi a forma di teschio, per ricordare quanto è breve la vita. Negli anni ’20 le Radium Girls, le operaie che dipingevano i quadranti luminosi, si ammalarono per colpa del radio. Oggi sui quadranti vintage resta una piccola scritta, «T < 25»: il segno del trizio.
Halloween e orologi sembrano due mondi lontani. Eppure la storia dell’orologeria ha i suoi teschi, le sue leggende e perfino una storia vera da far venire i brividi. Ve ne raccontiamo tre, dal Seicento a oggi.
Orologi a forma di teschio
Nel Seicento, soprattutto a Ginevra e a Blois, in Francia, alcuni orologiai costruiscono orologi da tasca a forma di teschio. La cassa è d’argento, spesso incisa, e per leggere l’ora bisogna aprire la mascella: il quadrante è nascosto lì dentro.

Oggi ci sembrano oggetti macabri, ma all’epoca avevano un significato preciso. Erano un «memento mori», in latino «ricordati che devi morire»: un invito a non sprecare il tempo. Al Metropolitan Museum di New York se ne conserva uno con un movimento di Isaac Penard, orologiaio ginevrino, datato intorno al 1650, che porta inciso un motto: «Oh, ricorda quanto è breve il mio tempo».

L’orologio di Maria Stuarda?
Il teschio più famoso è quello che porta il nome di Maria Stuarda, regina di Scozia. Si racconta che prima di salire al patibolo, nel 1587, lo abbia regalato a una delle sue dame. Una storia perfetta per Halloween, ma probabilmente falsa: secondo lo Science Museum di Londra, che ne conserva un esemplare, di orologi come questo ne esistono tre e la leggenda compare per la prima volta solo nel 1822, più di due secoli dopo.
Le Radium Girls
Questa invece è una storia vera. Durante la Prima guerra mondiale l’orologio da polso si diffonde tra i soldati, e serve un quadrante che si legga anche al buio. La soluzione è una vernice luminosa a base di radio. Dal 1917, nella fabbrica della United States Radium Corporation a Orange, nel New Jersey, centinaia di ragazze dipingono a mano numeri e lancette.

Per ottenere un tratto preciso viene loro insegnato a fare la punta al pennello tra le labbra: «lip, dip, paint», labbra, vernice, pennellata. A ogni passaggio ingeriscono un po’ di radio. Dopo qualche anno molte si ammalano gravemente, e diverse muoiono.

Nel 1928 cinque di loro fanno causa all’azienda e ottengono un risarcimento. La loro battaglia, insieme a quella delle colleghe dell’Illinois, cambia le regole: la tecnica delle labbra viene vietata, arrivano protezioni per i lavoratori e le malattie professionali iniziano a essere riconosciute dalla legge.
Dal radio al trizio: «T < 25»
Il radio viene abbandonato e al suo posto arriva il trizio, molto meno pericoloso. Su molti orologi, fino alla fine degli anni ’90, lo riconoscete da una piccola scritta in fondo al quadrante: «T < 25», cioè meno di 25 millicurie di trizio. Oggi si usa la Super-LumiNova, che non è radioattiva e si ricarica con la luce.
Il trizio con gli anni smette di brillare e prende un colore caldo, dal crema al giallo: è la cosiddetta patina, e per molti collezionisti è il fascino di un orologio vintage. Quando si dice che un orologio ha gli «indici virati», si parla proprio di questo.
Un vintage con gli indici virati, in vetrina da noi
Nel nostro negozio al Vomero c’è un esempio perfetto: un Rolex Submariner Date ref. 16613 del 1991, in acciaio e oro, con il quadrante blu virato «purple», gli indici in trizio dalla patina calda e scatola e garanzia dell’epoca. Sul quadrante, in basso, c’è proprio la scritta «T < 25».

Vuoi vederlo dal vivo? Passa in negozio in Via Solimena 109 o scrivici su WhatsApp. Buon Halloween!
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Marco Salvi
Titolare di Minuti Preziosi. Dal 2002 seleziona orologi di secondo polso dei grandi marchi e ne segue il controllo nel laboratorio del negozio, al Vomero.
